L’inedita crisi pandemica che ha colpito i nostri territori costituisce un’occasione importante per rinnovare la riflessione sullo spazio pubblico. Nella fase di contenimento del contagio lo spazio urbano di uso tradizionalmente pubblico si è dimostrato incapace di garantire dal punto di vista quantitativo e qualitativo occasioni di socialità e interazione e, al tempo stesso, consentire il distanziamento sociale richiesto. Il debito di adeguati spazi “standard” di cui soffrono le città e la loro prevalente concentrazione nelle aree urbane centrali ha avuto un forte riverbero sulla vita pubblica delle comunità, acuito l’ingiustizia spaziale e il divario sociale, dando esito al manifestarsi di pratiche informali in luoghi non convenzionali e dimenticati. Il contributo propone quindi una riflessione sui contesti dell’abusivismo costiero, dove questa condizione di marginalità “potenziale” è amplificata dal carattere fortemente privatizzato degli insediamenti, dall’occupazione stagionale di questi territori ma anche dalla presenza di una importante riserva di spazio rappresentata da aree di grande pregio ambientale e dall’alto valore naturalistico. La pandemia e il necessario aggiornamento dei modi e delle pratiche del vivere comunitario potrebbero così essere l’occasione per approfondire una prospettiva di lavoro che riprenda le fila di un «problema maligno» (Barbanente A., 2017), ancora irrisolto per i territori del Mezzogiorno. Il contributo prova così ad aggiornare precedenti riflessioni (Annese M., 2017) per ragionare sull’opportunità che oggi offrono questi spazi di infrastrututrare paesaggisticamente il territorio, venendo incontro alle mutate esigenze di spazio, di sicurezza pubblica e alle improrogabili istanze di riqualificazione dei contesti abusivi.

I territori dell’abusivismo come potenziali riserve di spazio pubblico in crisi emergenziale

Mariella Annese;Letizia Chiapperino
2020-01-01

Abstract

L’inedita crisi pandemica che ha colpito i nostri territori costituisce un’occasione importante per rinnovare la riflessione sullo spazio pubblico. Nella fase di contenimento del contagio lo spazio urbano di uso tradizionalmente pubblico si è dimostrato incapace di garantire dal punto di vista quantitativo e qualitativo occasioni di socialità e interazione e, al tempo stesso, consentire il distanziamento sociale richiesto. Il debito di adeguati spazi “standard” di cui soffrono le città e la loro prevalente concentrazione nelle aree urbane centrali ha avuto un forte riverbero sulla vita pubblica delle comunità, acuito l’ingiustizia spaziale e il divario sociale, dando esito al manifestarsi di pratiche informali in luoghi non convenzionali e dimenticati. Il contributo propone quindi una riflessione sui contesti dell’abusivismo costiero, dove questa condizione di marginalità “potenziale” è amplificata dal carattere fortemente privatizzato degli insediamenti, dall’occupazione stagionale di questi territori ma anche dalla presenza di una importante riserva di spazio rappresentata da aree di grande pregio ambientale e dall’alto valore naturalistico. La pandemia e il necessario aggiornamento dei modi e delle pratiche del vivere comunitario potrebbero così essere l’occasione per approfondire una prospettiva di lavoro che riprenda le fila di un «problema maligno» (Barbanente A., 2017), ancora irrisolto per i territori del Mezzogiorno. Il contributo prova così ad aggiornare precedenti riflessioni (Annese M., 2017) per ragionare sull’opportunità che oggi offrono questi spazi di infrastrututrare paesaggisticamente il territorio, venendo incontro alle mutate esigenze di spazio, di sicurezza pubblica e alle improrogabili istanze di riqualificazione dei contesti abusivi.
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