Alla fine del ‘700, la riflessione teorica sul teatro, giunse, anche in Italia, ad una svolta importante. Fu rivisto, da parte degli intellettuali, non solo il fenomeno culturale nel suo complesso ma soprattutto, la sua struttura fisica. Considerato strumento prezioso per il rinnovamento morale e per liberare il paese dall’ignoranza e dalla superstizione, gli illuministi intesero riformarlo nella sostanza ideologica e nella sua realizzazione concreta. Ma, se sul fatto che esso dovesse essere rifondato i pareri erano concordi, diverse erano invece le soluzioni prospettate. Si proposero così, due modi di concepire il teatro che viaggiavano insieme, talvolta fondendosi: quello più compiutamente neoclassico, legato all’eredità del Rinascimento, in bilico però, tra i residui del barocco e concessioni a gusti, esigenze e impostazioni moderni; e quello rigorosamente tecnico, che assegnava all’ottica e all’acustica, valutate al di là di ogni considerazione di ordine estetico ed etico, enorme importanza. Il primo più orientato verso lo studio tipologico, fortemente influenzato dalle opere di Ledoux e Boullée, entrambi portati a ricercare l’effetto monumentale - isolando ed innalzando su alti zoccoli di pietra i loro teatri - e a mettere a punto una forma che traducesse all’esterno, insieme alla funzione, anche la struttura interna dell’edificio. Il secondo, invece, gravitante intorno alla teoria del Patte (1723-1814), architetto, urbanista e tecnico vicino al circolo culturale dell’Encyclopedie - esposta nel suo l’Essai sur l’architecture théatrale ou de l’Ordonnance la plus avantageuse à une Salle de Spectacles, .... , pubblicato a Parigi per la prima volta nel 1782 - che considerava soltanto valutazioni tecniche in riferimento a ricerche rigorose condotte nel campo dell’ottica e dell’acustica e, in senso assoluto, ad ogni problema relativo alla fruizione che fosse strumentale alla conduzione imprenditoriale dell’attività teatrale, negando inoltre, coerentemente a questi principi, importanza verso qualsiasi elaborazione artistica che fosse un’ulteriore elaborazione dei risultati tecnicamente ottenuti. Le due concezioni coesistettero - secondo l’idea moderna che, per tutto il XVIII e il XIX secolo, separò, nell’ idea di Architettura, “le funzioni costruttive e ‘scientifiche’ da un lato, e di rappresentazione e ‘artistiche’ dall’altro (la ‘ragione’ governando le prime, e la ‘sensibilità’ o il ‘sentimento’ le seconde”3), secondo le diverse posizioni dei trattatisti di tutto il settecento, come l’Arnaldi, il Beccega, il Riccati e il Milizia accomunate, come già evidenziato nella prima parte di questo scritto, nella scelta obbligata dei materiali da costruzione, quali la pietra, per scongiurare la minaccia dei terribili disastri causati dagli incendi, e il legno per il rivestimento superficiale, idonea risposta ai problemi acustici. Ma, il nostro interesse per queste opere, al di là delle considerazioni storico-critiche, che rimandiamo a testi specifici, è esclusivamente strumentale. I trattati sette-ottocenteschi, descrivendo con dovizia, le forme, le dimensioni, le consuetudini costruttive e le teorie tecnico-scientifiche che guidavano la progettazione e l’edificazione dei teatri, testimoniano il grado di sviluppo della cultura materiale e codificano il sapere teorico-pratico, permettendoci una conoscenza concreta di questi edifici.

I teatri all'italiana : la ricerca del fenomeno spaziale

Cesare Verdoscia
2012

Abstract

Alla fine del ‘700, la riflessione teorica sul teatro, giunse, anche in Italia, ad una svolta importante. Fu rivisto, da parte degli intellettuali, non solo il fenomeno culturale nel suo complesso ma soprattutto, la sua struttura fisica. Considerato strumento prezioso per il rinnovamento morale e per liberare il paese dall’ignoranza e dalla superstizione, gli illuministi intesero riformarlo nella sostanza ideologica e nella sua realizzazione concreta. Ma, se sul fatto che esso dovesse essere rifondato i pareri erano concordi, diverse erano invece le soluzioni prospettate. Si proposero così, due modi di concepire il teatro che viaggiavano insieme, talvolta fondendosi: quello più compiutamente neoclassico, legato all’eredità del Rinascimento, in bilico però, tra i residui del barocco e concessioni a gusti, esigenze e impostazioni moderni; e quello rigorosamente tecnico, che assegnava all’ottica e all’acustica, valutate al di là di ogni considerazione di ordine estetico ed etico, enorme importanza. Il primo più orientato verso lo studio tipologico, fortemente influenzato dalle opere di Ledoux e Boullée, entrambi portati a ricercare l’effetto monumentale - isolando ed innalzando su alti zoccoli di pietra i loro teatri - e a mettere a punto una forma che traducesse all’esterno, insieme alla funzione, anche la struttura interna dell’edificio. Il secondo, invece, gravitante intorno alla teoria del Patte (1723-1814), architetto, urbanista e tecnico vicino al circolo culturale dell’Encyclopedie - esposta nel suo l’Essai sur l’architecture théatrale ou de l’Ordonnance la plus avantageuse à une Salle de Spectacles, .... , pubblicato a Parigi per la prima volta nel 1782 - che considerava soltanto valutazioni tecniche in riferimento a ricerche rigorose condotte nel campo dell’ottica e dell’acustica e, in senso assoluto, ad ogni problema relativo alla fruizione che fosse strumentale alla conduzione imprenditoriale dell’attività teatrale, negando inoltre, coerentemente a questi principi, importanza verso qualsiasi elaborazione artistica che fosse un’ulteriore elaborazione dei risultati tecnicamente ottenuti. Le due concezioni coesistettero - secondo l’idea moderna che, per tutto il XVIII e il XIX secolo, separò, nell’ idea di Architettura, “le funzioni costruttive e ‘scientifiche’ da un lato, e di rappresentazione e ‘artistiche’ dall’altro (la ‘ragione’ governando le prime, e la ‘sensibilità’ o il ‘sentimento’ le seconde”3), secondo le diverse posizioni dei trattatisti di tutto il settecento, come l’Arnaldi, il Beccega, il Riccati e il Milizia accomunate, come già evidenziato nella prima parte di questo scritto, nella scelta obbligata dei materiali da costruzione, quali la pietra, per scongiurare la minaccia dei terribili disastri causati dagli incendi, e il legno per il rivestimento superficiale, idonea risposta ai problemi acustici. Ma, il nostro interesse per queste opere, al di là delle considerazioni storico-critiche, che rimandiamo a testi specifici, è esclusivamente strumentale. I trattati sette-ottocenteschi, descrivendo con dovizia, le forme, le dimensioni, le consuetudini costruttive e le teorie tecnico-scientifiche che guidavano la progettazione e l’edificazione dei teatri, testimoniano il grado di sviluppo della cultura materiale e codificano il sapere teorico-pratico, permettendoci una conoscenza concreta di questi edifici.
978-88-7228-688-3
Edipuglia
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