A vent'anni dalla scomparsa dell'architetto milanese, il suo segno ritorna nelle due importanti mostre allestite a Milano (Politecnico) e a Roma (Accademia di San Luca), che consentono di leggere il suo procedimento compositivo analogico, il carattere resistente e inattuale, antimoderno e antigrazioso, del suo lavorare rabdomantico in ciascun luogo lungo il confine sospeso tra architettura e città. Rileggere oggi i temi rossiani dell’architettura e del progetto urbano significa non tanto esprimere un giudizio storico, quanto invece ripensare una raccolta di materiale vivo, utile per l’interpretazione dei temi presenti dell’architettura della città contemporanea. Dal progetto-manifesto della Città analoga, al tema osteologico del cimitero di San Cataldo a Modena, ad altri organismi architettonici in forma di città (come il Municipio di Borgoricco), fino all’oggetto a reazione poetica del Teatro del Mondo, all’edificio-stoà al Gallaratese, o ancora al blocco urbano berlinese in Schutzenstrasse, il valore delle opere di Rossi si manifesta nella prefigurazione dell’architettura come fatto urbano, sintesi e innesco del processo di generazione della forma più intima della città. Nell’attuale ottimismo precario del linguaggio globale delle forme dominato dai nuovi media e dalla gestualità comunicativa, l’architettura si limita spesso a vestire di forme ammiccanti le trasformazioni economiche della città contemporanea e delle sue parti: il lavoro di Rossi è quindi un memento, ma anche un orizzonte difficile nella sua inattualità, anche per la sua irripetibile dimensione autoriale. Il luccichio di trasparenze iper-tech di molti landmark architettonici contemporanei ha al contrario segnato il passaggio da una architettura della città a uno spinto design urbano, tanto nuovo quanto spesso condannato dalla stessa esigenza di novità ad un repentino decadimento. Cadute le illusioni di un disegno generale e unitario della città, l’architettura è chiamata a ritrovare la sua capacità di informare caso per caso lo spazio urbano, specie in quelle parti di città refrattarie alla connotazione spaziale (vuoti e residualità urbane, marginalità centrali o periferiche). Si tratta di un improbus labor, lontano per sua stessa definizione dalla gestualità orecchiabile di molta produzione architettonica attuale, a cui la tradizione architettonica italiana, che ha in Aldo Rossi una tra le espressioni più convincenti, può tornare a dare un contributo decisivo.

La Città per parti. Aldo Rossi e il progetto urbano

Lorenzo Pietropaolo
2011-01-01

Abstract

A vent'anni dalla scomparsa dell'architetto milanese, il suo segno ritorna nelle due importanti mostre allestite a Milano (Politecnico) e a Roma (Accademia di San Luca), che consentono di leggere il suo procedimento compositivo analogico, il carattere resistente e inattuale, antimoderno e antigrazioso, del suo lavorare rabdomantico in ciascun luogo lungo il confine sospeso tra architettura e città. Rileggere oggi i temi rossiani dell’architettura e del progetto urbano significa non tanto esprimere un giudizio storico, quanto invece ripensare una raccolta di materiale vivo, utile per l’interpretazione dei temi presenti dell’architettura della città contemporanea. Dal progetto-manifesto della Città analoga, al tema osteologico del cimitero di San Cataldo a Modena, ad altri organismi architettonici in forma di città (come il Municipio di Borgoricco), fino all’oggetto a reazione poetica del Teatro del Mondo, all’edificio-stoà al Gallaratese, o ancora al blocco urbano berlinese in Schutzenstrasse, il valore delle opere di Rossi si manifesta nella prefigurazione dell’architettura come fatto urbano, sintesi e innesco del processo di generazione della forma più intima della città. Nell’attuale ottimismo precario del linguaggio globale delle forme dominato dai nuovi media e dalla gestualità comunicativa, l’architettura si limita spesso a vestire di forme ammiccanti le trasformazioni economiche della città contemporanea e delle sue parti: il lavoro di Rossi è quindi un memento, ma anche un orizzonte difficile nella sua inattualità, anche per la sua irripetibile dimensione autoriale. Il luccichio di trasparenze iper-tech di molti landmark architettonici contemporanei ha al contrario segnato il passaggio da una architettura della città a uno spinto design urbano, tanto nuovo quanto spesso condannato dalla stessa esigenza di novità ad un repentino decadimento. Cadute le illusioni di un disegno generale e unitario della città, l’architettura è chiamata a ritrovare la sua capacità di informare caso per caso lo spazio urbano, specie in quelle parti di città refrattarie alla connotazione spaziale (vuoti e residualità urbane, marginalità centrali o periferiche). Si tratta di un improbus labor, lontano per sua stessa definizione dalla gestualità orecchiabile di molta produzione architettonica attuale, a cui la tradizione architettonica italiana, che ha in Aldo Rossi una tra le espressioni più convincenti, può tornare a dare un contributo decisivo.
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