A cinquant’anni dalla morte, l’opera di Saverio Dioguardi (1888-1961) risulta ancora non appieno indagata, né collocata in una prospettiva storiografica più ampia rispetto a quella localistica in cui è stata spesso confinata, anche a causa di studi lacunosi e non sistematici. Dai materiali inediti raccolti nel Catalogo curato da V. D’Alba e F. Maggiore, con il coordinamento di F. Moschini, per la mostra monografica allestita nel 2011 a Bari, si intravvedono invece le linee di una nuova stagione di ricerca sul progettista pugliese: ripercorrendone l’attività tra il 1910 e il 1961, è possibile infatti ricondurre Dioguardi a pieno titolo nel dibattito architettonico italiano ed europeo della prima metà del ‘900. I suoi disegni autografi e le sue opere editoriali testimoniano di un portato progettuale e intellettuale colto e acutamente inserito nella cultura architettonica più avanzata. Più giovane di diciotto anni rispetto ad A. Loos e J. Hoffmann; anagraficamente collocato a metà strada tra A. Calza Bini e M. Piacentini da una parte, e G. Samonà e C. Petrucci dall’altra, Dioguardi è autore di alcuni tra i più significativi edifici di Bari, che esprimono una sintesi originale tra lo spirito rappresentativo della cultura ottocentesca e quello innovativo degli inizi del ‘900. Dioguardi elabora una suggestiva e personale visione della tradizione eclettica, confrontabile con le esperienze di E. Basile, R. D’Aronco e G. Sommaruga. L’opera di G. Sacconi poi influenza la vocazione di Dioguardi ad una monumentalità parlante, fatta di predilezioni decorative, scultoree e simboliche, di citazioni neoclassiche, che producono un apparato formale per alcuni versi accademico. I progetti del Ventennio sono invece intrisi di una ambivalenza tra arte retorica e istinto futurista, mentre quelli dal Dopoguerra in poi testimoniano di una carica espressiva non più compressa nella dimensione celebrativa e retorica, ma permeata dall’ascesa neorealista e dalle manifestazioni più moderne della cultura architettonica italiana, laddove la tensione geometrica rinnova lo spazio senza tralasciare le memorie e gli stilemi dell’architettura di tradizione. Traspare più in generale dal suo lavoro la capacità di interrogare le rispondenze tra luogo e memoria, tra architettura, città e società, dando loro forma costruita nell’inquieta tensione della composizione, capacità che inscrive senza reticenze la sua opera nel solco delle più avanzate espressioni dell’architettura italiana del Novecento.

Saverio Dioguardi. Architetture disegnate

Lorenzo Pietropaolo
2011

Abstract

A cinquant’anni dalla morte, l’opera di Saverio Dioguardi (1888-1961) risulta ancora non appieno indagata, né collocata in una prospettiva storiografica più ampia rispetto a quella localistica in cui è stata spesso confinata, anche a causa di studi lacunosi e non sistematici. Dai materiali inediti raccolti nel Catalogo curato da V. D’Alba e F. Maggiore, con il coordinamento di F. Moschini, per la mostra monografica allestita nel 2011 a Bari, si intravvedono invece le linee di una nuova stagione di ricerca sul progettista pugliese: ripercorrendone l’attività tra il 1910 e il 1961, è possibile infatti ricondurre Dioguardi a pieno titolo nel dibattito architettonico italiano ed europeo della prima metà del ‘900. I suoi disegni autografi e le sue opere editoriali testimoniano di un portato progettuale e intellettuale colto e acutamente inserito nella cultura architettonica più avanzata. Più giovane di diciotto anni rispetto ad A. Loos e J. Hoffmann; anagraficamente collocato a metà strada tra A. Calza Bini e M. Piacentini da una parte, e G. Samonà e C. Petrucci dall’altra, Dioguardi è autore di alcuni tra i più significativi edifici di Bari, che esprimono una sintesi originale tra lo spirito rappresentativo della cultura ottocentesca e quello innovativo degli inizi del ‘900. Dioguardi elabora una suggestiva e personale visione della tradizione eclettica, confrontabile con le esperienze di E. Basile, R. D’Aronco e G. Sommaruga. L’opera di G. Sacconi poi influenza la vocazione di Dioguardi ad una monumentalità parlante, fatta di predilezioni decorative, scultoree e simboliche, di citazioni neoclassiche, che producono un apparato formale per alcuni versi accademico. I progetti del Ventennio sono invece intrisi di una ambivalenza tra arte retorica e istinto futurista, mentre quelli dal Dopoguerra in poi testimoniano di una carica espressiva non più compressa nella dimensione celebrativa e retorica, ma permeata dall’ascesa neorealista e dalle manifestazioni più moderne della cultura architettonica italiana, laddove la tensione geometrica rinnova lo spazio senza tralasciare le memorie e gli stilemi dell’architettura di tradizione. Traspare più in generale dal suo lavoro la capacità di interrogare le rispondenze tra luogo e memoria, tra architettura, città e società, dando loro forma costruita nell’inquieta tensione della composizione, capacità che inscrive senza reticenze la sua opera nel solco delle più avanzate espressioni dell’architettura italiana del Novecento.
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