La ricerca indaga il ruolo che svolge il vuoto architettonico nella ri-composizione della forma urbana. Lo studio delle opere poleselliane, in particolare quelle che lavorano su una città specifica, permette un’indagine di confronto sulle ragioni urbane o d’interpretazione critica dell’esistente, rapportandosi sempre con lo spazio aperto. Esse in fondo sono determinate da istanze figurative e da assunzioni progettuali di natura formale, ad un’interpretazione personale e creativa della struttura urbana di Venezia. Si evidenziano come i valori figurativi della città storica possano diventare vero e proprio materiale per la creazione di nuovi progetti, strumenti attraverso i quali rivestire di significati più profondi l’azione trasformativa dell’architettura. Rileggere i progetti dell’architetto friulano, dai vuoti che emergono da essi, sono rappresentativi sia di un’idea di città che di un modo di approcciarsi al progetto e allo spazio urbano. Un modo che appartiene ad una scuola (quella veneziana) intesa non tanto come accademia, ma come territorio di confronto attraverso il progetto per cui il riferimento non è tanto di un registro figurativo ma di un modo di interpretarlo. La struttura della ricerca si articola in macro-sezioni, nella prima parte sono affrontate le forme dei vuoti nello spazio nei progetti selezionati, nello specifico si assumono due condizioni di lettura dello spazio di relazione/vuoto: di esternità e di internità. I due paradigmi antichi, l’agorà e il foro, sono definite come strutture spaziali che sintetizzano la composizione per elementi distinti e quella per elementi continui in cui lo spazio aperto ha la capacità di condizionare la forma del costruito, l’elemento di fatto passivo dell’insieme. Dalla costruzione geometrica, una sorta di astrazione delle relazioni tra le parti, si procede riconoscendo degli archetipi spaziali, cioè dei modelli concettuali teorici di riferimento, dotati di schema ma privi di forma dai quali le opere di architettura sono scaturite. Le figure individuate rappresentano, dunque, una sorta di astrazione delle relazioni tra le parti che costituiscono le differenti spazialità. I tre archetipi, individuati in questa ricerca per una lettura delle forme del vuoto, sono: il recinto, l’ipostilo e la galleria. Nella seconda parte sono affrontati i nove singoli casi studio selezionati tra i progetti veneziani, schematizzati attraverso la forma dello spazio aperto riconosciuto come vuoto architettonico oggetto di sperimentazione. La fase di riconoscimento utilizza un metodo di comparazione e revisione delle opere in ottica progettuale e ha come risultato una serie di disegni interpretativi degli spazi aperti. La terza parte, conclusiva del lavoro di ricerca, propone una riflessione sul “vuoto necessario” e la definizione delle relazioni per assenza, un approccio alla progettazione in cui lo spazio aperto è quel “vuoto architettonico” nei quali la città si rappresenta. Ci si sofferma sul ruolo della memoria nel processo di re-invenzione, per una costruzione della città come strutturazione per vuoti. I singoli tipi e figure del vuoto poleselliano, precedentemente individuati nei progetti, sono classificati secondo gli archetipi spaziali riconosciuti e comparati secondo il grado di chiusura e delimitazione rispetto allo spazio aperto. La re-interpretazione delle operazioni progettuali, in questa ricerca, prova a proporre utili strumenti per il progetto contemporaneo di ri-composizione della città attraverso una strutturazione dello spazio aperto. Un approccio che consentirebbe di ridefinire le possibilità di relazione, di riqualificare pezzi di città e territorio e di legare il nuovo al preesistente attraverso un intervento di senso e di organizzazione delle parti.

Architettura del limite e costruzione del vuoto nell’opera di Polesello, architetto veneziano. Progettare con l’assenza nella città costruita, archetipi e forme.

Soleti, Rene'
2022

Abstract

La ricerca indaga il ruolo che svolge il vuoto architettonico nella ri-composizione della forma urbana. Lo studio delle opere poleselliane, in particolare quelle che lavorano su una città specifica, permette un’indagine di confronto sulle ragioni urbane o d’interpretazione critica dell’esistente, rapportandosi sempre con lo spazio aperto. Esse in fondo sono determinate da istanze figurative e da assunzioni progettuali di natura formale, ad un’interpretazione personale e creativa della struttura urbana di Venezia. Si evidenziano come i valori figurativi della città storica possano diventare vero e proprio materiale per la creazione di nuovi progetti, strumenti attraverso i quali rivestire di significati più profondi l’azione trasformativa dell’architettura. Rileggere i progetti dell’architetto friulano, dai vuoti che emergono da essi, sono rappresentativi sia di un’idea di città che di un modo di approcciarsi al progetto e allo spazio urbano. Un modo che appartiene ad una scuola (quella veneziana) intesa non tanto come accademia, ma come territorio di confronto attraverso il progetto per cui il riferimento non è tanto di un registro figurativo ma di un modo di interpretarlo. La struttura della ricerca si articola in macro-sezioni, nella prima parte sono affrontate le forme dei vuoti nello spazio nei progetti selezionati, nello specifico si assumono due condizioni di lettura dello spazio di relazione/vuoto: di esternità e di internità. I due paradigmi antichi, l’agorà e il foro, sono definite come strutture spaziali che sintetizzano la composizione per elementi distinti e quella per elementi continui in cui lo spazio aperto ha la capacità di condizionare la forma del costruito, l’elemento di fatto passivo dell’insieme. Dalla costruzione geometrica, una sorta di astrazione delle relazioni tra le parti, si procede riconoscendo degli archetipi spaziali, cioè dei modelli concettuali teorici di riferimento, dotati di schema ma privi di forma dai quali le opere di architettura sono scaturite. Le figure individuate rappresentano, dunque, una sorta di astrazione delle relazioni tra le parti che costituiscono le differenti spazialità. I tre archetipi, individuati in questa ricerca per una lettura delle forme del vuoto, sono: il recinto, l’ipostilo e la galleria. Nella seconda parte sono affrontati i nove singoli casi studio selezionati tra i progetti veneziani, schematizzati attraverso la forma dello spazio aperto riconosciuto come vuoto architettonico oggetto di sperimentazione. La fase di riconoscimento utilizza un metodo di comparazione e revisione delle opere in ottica progettuale e ha come risultato una serie di disegni interpretativi degli spazi aperti. La terza parte, conclusiva del lavoro di ricerca, propone una riflessione sul “vuoto necessario” e la definizione delle relazioni per assenza, un approccio alla progettazione in cui lo spazio aperto è quel “vuoto architettonico” nei quali la città si rappresenta. Ci si sofferma sul ruolo della memoria nel processo di re-invenzione, per una costruzione della città come strutturazione per vuoti. I singoli tipi e figure del vuoto poleselliano, precedentemente individuati nei progetti, sono classificati secondo gli archetipi spaziali riconosciuti e comparati secondo il grado di chiusura e delimitazione rispetto allo spazio aperto. La re-interpretazione delle operazioni progettuali, in questa ricerca, prova a proporre utili strumenti per il progetto contemporaneo di ri-composizione della città attraverso una strutturazione dello spazio aperto. Un approccio che consentirebbe di ridefinire le possibilità di relazione, di riqualificare pezzi di città e territorio e di legare il nuovo al preesistente attraverso un intervento di senso e di organizzazione delle parti.
Vuoto architettonico; Città definita; Separazione; Spazio aperto; Gianugo Polesello
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11589/241580
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